12.07.2006
D´Elia, parla Mariella Magi Dionisi
12 LUGLIO 2006 - La mozione parlamentare presentata da alcuni parlamentari di Forza Italia e Udc per chiedere al Governo di impedire l’accesso alle cariche istituzionali a coloro che sono stati condannati per gravi reati, è stata ritirata nel corso del dibattito che si è svolto alla Camera nelle giornate del 10 e dell’11 luglio.
Un dibattito comunque interessante che nulla toglie alla battaglia del Sindacato Autonomo di Polizia, presente in piazza a Montecitorio durante la discussione, che prosegue con forza la propria azione con la mobilitazione in tutta Italia, anche in virtù del sondaggio da noi commissionato che vede la maggior parte dei cittadini al nostro fianco.
Lettera aperta di Mariella Magi Dionisi, moglie del poliziotto Fausto Dionisi ucciso da un commando di ‘Prima Linea’ a Firenze negli anni settanta e per il cui omicidio è stato riconosciuto colpevole il deputato Sergio D’Elia.
Voglio innanzitutto ringraziare quanti tra deputati, senatori, consiglieri comunali, provinciali e regionali, rappresentanti delle Forze dell’ Ordine, singoli cittadini e rappresentanti di molte altre realtà sociali in questi giorni mi hanno manifestato la loro profonda, sincera solidarietà e condivisione piena al mio sentire.
Un grazie particolare a quei deputati che hanno dato voce alle vittime del terrorismo.
Voce e solidarietà, non strumentalizzazione.
In riferimento alla discussione in aula di oggi, non posso far altro che prenderne atto e sottolineare la grande lontananza del Palazzo dal sentimento popolare che ho constatato durante la discussione.
Praticamente si è detto agli italiani tutti che si puo’ uccidere e far uccidere, tanto poi anche se solo ti dissoci, puoi ottenere la riabilitazione e diventare deputato, anche ministro e perché no anche Presidente della Repubblica.
Continuero’ sempre a ripetere che l’ elezione e la successiva nomina di D’Elia sono state quantomeno inopportune, anche se si è riabilitato e impegnato nel sociale. Doveva fermarsi li’.
Non vedo differenza tra chi spara e chi ha dato quell’ arma.
Non c’è desiderio di vendetta nelle mie parole, c’è solo desiderio di giustizia vera che non avro’ mai, anche perché Fausto non potrà mai avere una seconda opportunità di vita.
Questo è quello che decisero per lui e per tutti gli altri D’Elia e compagni.
Ai deputati e ai rappresentanti del Governo e delle Istituzioni che sono intervenuti cosi’ attivamente, con tanto calore , con tanta passione e solidarietà nei confronti di D’ Elia rivolgo l’ invito ad essere coerenti e a rinunciare alla scorta delle Forze dell’ Ordine, visto che non tengono in alcun conto il valore della loro vita.
Mariella Magi Dionisi
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04.07.2006
Uno Stato che dimentica i propri morti corre il rischio di perdere la propria identità
di Teresa Friggione
Presentiamo ai lettori uno scritto della signora Teresa Friggione, vedova del Commissario Alfredo Albanese, ucciso dalle b.r. il 10 maggio 1980
Desidero innanzitutto esprimere la mia solidarietà alla signora Calabresi per essere stata informata della grazia concessa al sig. Bompressi dai giornali e dalle televisioni e non invece direttamente dal Capo dello Stato e dal Ministro guardasigilli.
Conosco l’impatto emotivo e le ferite morali che quell’annuncio provoca perché li ho vissuti personalmente, nelle identiche condizioni e situazioni, nel Natale del 1997.
Anzi nel mio caso si verificò una ulteriore scorrettezza: il giorno dopo non sono pervenute la telefonata del Capo dello Stato e le scuse del Ministro; a mio figlio diciassettenne che aveva protestato con una lettera ai giornali nessun uomo delle Istituzioni ritenne di degnarlo di una risposta, sia pure ipocrita.
Esprimo inoltre solidarietà alla signora Dionisi per l’ennesima beffa che Lei, come tutti i morti per mano terrorista e i loro parenti, ha ricevuto allorché sono stati affidati incarichi istituzionali a persona che ha combattuto a mano armata con determinazione e premeditazione colpendo coloro che, con grande senso del dovere, difendevano in quel momento le Istituzioni democratiche.
Noi, parenti delle vittime, apprezziamo il percorso rieducativo dell’on. D’Elia che ha creduto di espiare le sue colpe svolgendo attività di natura sociale, non vogliamo la sua morte civile come corrispettivo sia delle morti fisiche inferte ai nostri cari che di quelle civili e morali inferte a noi ( non è stato facile né agevole per me crescere un figlio che non ha mai conosciuto il padre né mai è stato confortato nelle incertezze e insicurezze psicologiche e morali proprie di un bimbo-adolescente-giovane adulto, né rinunciare ad una vita serena e normale con il proprio marito).
Non condividiamo invece la pretesa sua e dei suoi compagni di partito di elevarlo a guida di quelle Istituzioni che ha combattuto con le armi. Si chieda pure il sig. D’Elia: se si fosse offerto al pubblico dibattito durante la campagna elettorale sarebbe stato scelto dai cittadini a rappresentarli nelle pubbliche Istituzioni?
Io credo di no: solo il colpo di mano, permesso dalla nuova legge elettorale, e probabilmente in nome di una vecchia militanza politica comune da parte dei dirigenti dei partiti poteva avere l’impudenza e l’indecenza di eleggere a deputato della Repubblica un terrorista, sia pure ex. Non sono i terroristi solo dei “ compagni e camerati che hanno sbagliato “, ma degli assassini che favoriti da leggi speciali hanno goduto di sconti di pena e di quant’altro a fronte di persone a cui è stata tolta la libertà di vivere la propria vita.
Il conflitto da loro innescato era espressione di un progetto criminale, sia pure politico, che hanno scelto di realizzare non fronteggiando il nemico a viso aperto e ad armi pari, come succede nei conflitti bellici, ma vigliaccamente agendo nell’ombra ed attaccando le prede ignare e indifese quando e come volevano.
Un popolo civile può tollerare che vivano la loro vita nell’anonimato della vita quotidiana, ma non che stiano a rappresentarlo in un luogo dove ogni atto rivendica pubblicità europea e mondiale: le Istituzioni devono rispetto e onore ai morti e non ai loro assassini e non c’è ragione di Stato o di opportunità politica che possa argomentare il contrario.
Uno Stato che dimentica i propri morti corre il rischio di perdere la propria identità e di alienarsi il consenso di quanti non possono dimenticare. Sono queste le motivazioni che mi inducono, con gratitudine, ad aderire alle iniziative intraprese dal Sap perché l’on. D’Elia si dimetta, in quanto “indegno” di svolgere funzioni istituzionali.
Teresa Friggione
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30.06.2006
Il prezzo della vigliaccheria.....
di Gabriella D'Andrea
Questa settimana pubblichiamo uno scritto della signora Gabriella Vitali in D'Andrea, vedova del maresciallo della Polizia di Stato Luigi D'Andrea, ucciso il 6 febbraio 1977 a Dalmine dalla banda di Vallanzasca.
Due parole solamente su di un argomento che certo non si può esaurire con un approccio lapidario, e a proposito del quale, pur non avendo la presunzione d’intervenire in modo determinante – in modo tale, intendiamo dire, da riuscire con la sola nostra voce ad arginare la dilagante piena della torbida fiumana ormai montante in questi giorni e prossima ad assumere l’arroganza di chi alla fine ha occupato in qualche modo il potere – è tuttavia doveroso, per la nostra coscienza, levare alto il grido di sdegno: il nostro grido di cittadini democratici, liberi, fieri delle convinzioni etiche, su cui intendiamo reggere ancora il nostro Paese.
A lungo. Per i nostri figli. Quanto alla storia scandalosa dell’assassino D’Elia, deputato della Rosa nel Pugno, è presto detta e la riassumiamo qui solo perchè il lettore ne abbia a portata di mano la traccia: oggi deputato alla Camera, trent’anni fa criminale attivo in quelle schiere di banditi, che praticavano la violenza e l’omicidio come strumento atto a scardinare la Democrazia e a riaprire le porte al mostro della dittatura totalitaria: un mostro allora come ora ancora pronto ad incombere sotto mentite spoglie, ammantate di falsi concetti pseudo-umanitari e pseudo-sociali. Per quella sua stagione di macellaio militante, il deputato-killer si meritò la condanna poi inflittagli nel 1983 dalla Corte d'Assise di Firenze: "colpevole dei reati ascrittigli, ritenendo il vincolo della continuazione fra i delitti e qualificati: il fatto-reato di cui al capo 23 del procedimento n. 13/81 come omicidio e tentati omicidi, continuati ed aggravati, in danno rispettivamente di Dionisi Fausto, Atzeni Dario e Cianciosi Oreste (...), con attenuanti generiche per questo solo delitto ritenute equivalenti alle aggravanti.
In calce alla Sentenza di condanna di primo grado per D'Elia è anche aggiunto che "visti gli artt. 28, 29 e 30 del codice penale, lo condanna altresì all'interdizione perpetua dai pubblici uffici ed alla interdizione legale durante l'esecuzione della pena principale".
Dall’altra parte, dalla parte della Legge e dello Stato – e facili bersagli sui quali sfogare la propria vigliaccheria, capace di colpire solo a tradimento, nel buio, mai in un leale confronto – tanti ragazzi in divisa, che rischiavano la vita per pochi soldi al mese. Ragazzi abbattuti dalle mani assassine di chi aveva fatto del fanatismo ideologico e violento un oculato e vergognoso investimento a breve e medio termine sul proprio futuro di prevaricazione e opportunismo, un investimento e una scommessa che li avrebbe portati – come di fatto è avvenuto per D’Elia – ad occupare posizioni chiave di tutto vantaggio personale, in primo luogo economico, contrabbandato sotto la menzognera maschera di rivoluzionario, approssimativamente e sbrigativamente scimmiottata dalle peggiori pagine di certa infima saggistica politica.
Eppure la nostra voce sdegnata non si leva oggi soltanto contro questi criminali opportunisti, come D’Elia, che hanno alzato la mano assassina contro la nostra Società Democratica, contro il nostro Paese Civile e contro i suoi Generosi ed Eroici Servitori, ma contro coloro, ancora più scandalosamente colpevoli, che hanno reso possibile tutto ciò, senza esporsi mai, lavorando sott’acqua, usando l’arma della doppiezza e del farisaico populismo, e oggi ripagano i compagni-banditi, facendo loro posto in Parlamento, in uno scandaloso abbraccio di torbidi “compagni di merende”, che finalmente si ricongiungono e possono spartirsi in torbida comunella il prezzo del tradimento: che, appare di tutta evidenza ormai, è ben più ricco dei classici “trenta denari”...
Gabriella Vitali
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22.06.2006
“Chiedo anch’io le dimissioni del ‘Caino’…”
di Barbara Gori
Ho perso mio padre che avevo 17 anni, ucciso dalle brigate rosse. Vorrei portare uno stralcio di scritto che avevo preparato in occasione di una cerimonia organizzata per non dimenticare le vittime del terrorismo…………
…………….. Dopo tanto tempo ho sentito la necessità di riesumare gli articoli di giornale e le fotografie di quel maledetto 29 gennaio 1980. La mia attenzione si è soffermata a lungo sull’immagine di mio papà che lo ritraeva sull’asfalto bagnato, coperto da un lenzuolo bianco e da cui fuoriuscivano le gambe e le sue splendide… mani.
Quelle mani che mi hanno accarezzato;
quelle mani che mi hanno tenuto in braccio e portato per mano, quando ci divertivamo a fare un gioco saltellando per strada;
quelle mani che affettuosamente mi hanno dato gli scappellotti nel tentativo di spiegarmi cos’erano due atomi di idrogeno e uno di ossigeno;
quelle mani che ho afferrato per costringerlo a salire sulle montagne russe, ancora vestito in giacca e cravatta;
quelle mani che hanno afferrato la racchetta da tennis per giocare con me, che hanno applaudito per i miei successi e consolato per le mie sconfitte;
quelle mani che hanno lavorato per garantirmi un futuro.
Quelle mani oramai sono lì, senza vita… quelle mani che non potranno più fare nulla di tutto ciò……………
Adesso gli assassini di mio padre sono fuori, sono diventati come me, dei cittadini italiani. Devo forse ringraziarli perché almeno loro hanno deciso di vivere la loro vita con discrezione, senza voler ancora una volta essere i protagonisti?
E tutti questi anni passati nello sforzo di sopprimere sentimenti di rancore verso chi ha compiuto questi atti di barbarie, a cosa sono serviti se poi sono costretta a sopportare che i miei diritti vengano rappresentati da chi in passato me li ha tolti? Si parla tanto della loro riabilitazione e della loro riappropriazione dei propri diritti civili, ma chi si preoccuperà poi della mia rieducazione morale?
Che dire poi dei tanti poliziotti che hanno prestato giuramento della fedeltà alla Patria e che hanno sacrificato la vita, anteponendo ai propri affetti e alla propria incolumità il compito di salvaguardare la nostra libertà?
Il loro sacrificio ha mantenuto integro lo Stato, uno Stato che li ha traditi, accogliendo chi ha cercato di combatterlo col sangue! Anche loro adesso sono diventati “Servitori dello Stato” e, per ironia della sorte, potranno usufruire, per la propria incolumità, dei servizi di scorta effettuati proprio da quei poliziotti di cui un tempo erano stati carnefici.
Chiedo le dimissioni del “Caino” e la solidarietà di tutti coloro che credono negli ideali di giustizia, affinché episodi del genere non debbano più ripetersi.
Barbara Gori
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20.06.2006
"Caino" resti lontano dalle Istituzioni!
Una mobilitazione civile e legislativa che tenga “Caino” lontano da incarichi istituzionali.
Ma anche per far sì che la politica sia sempre confronto civile e pacifico e non l’esaltazione della lotta armata e delle violenza, com’è accaduto nel recente passato in Italia.
Chi è stato riconosciuto colpevole di eversione terroristica, mafiosa, omicidio, pedofilia e reati contro i minori deve essere dichiarato ineleggibile o incompatibile con qualsiasi carica istituzionale.
Specie per chi, prendendo di mira i “servi dello Stato”, in una passato molto recente, ha dimostrato una particolare insensibilità civile ed etica ai canoni delle moderne democrazie.
E’ il senso di questo forum a cui affidiamo il nostro progetto di legge di iniziativa popolare che introduca una pena accessoria alla condanna penale per gravi reati quale causa di ineleggibilità o decadenza dal mandato.
Con una firma, sostieni anche tu con noi un principio base di ogni Stato di diritto: la rappresentatività popolare dei propri eletti.
Con 50mila arriveremo in Parlamento e se saremo molti di più, potremo addirittura puntare a un referendum abrogativo che faccia decidere agli italiani da chi vogliono essere rappresentati nelle aule parlamentari.
Il caso D’Elia e quello di altri condannati eccellenti, quali sono inevitabilmente diventate le situazioni di chi si è volontariamente proposto alla pubblica attenzione come “rappresentante del popolo”, non è una battaglia personale contro l’uomo ma il sintomo di un vuoto legislativo e di coscienza civile che vogliamo colmare con voi.
Diteci la vostra, da oggi siamo in tutte le maggiori piazze italiane con il nostro messaggio - cartolina “Chi difende i difensori?” stampato in 500mila copie per chiedere le dimissioni di chi ha ucciso un nostro uomo e adesso siede alla Camera;
vi daremo informazioni e ci assumeremo l’impegno di portare la vostra firma in Parlamento.
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